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  • andrea pianigiani

STELLE FORCHETTE E LIKE - La solitudine dei simboli

Pollice verso l'alto! Curioso che questo gesto debba la sua fama ad un'errata convinzione: quella che lo ritiene un segno di grazia negli scontri tra i gladiatori dell'antica Roma. Salvare la vita allo sconfitto. Al contrario, sembra che fosse in realtà il gesto con il quale se ne decretava la morte. Oggi le gradinate dell'anfiteatro sono diventate un luogo virtuale, non più erette da blocchi di pietra, ma filamenti di seta, una grande “ragnatela sul mondo” (World Wide Web). Tutti quanti intorno all'arena, spettatori della vita degli altri e pronti a dispensare un “Like” come sigillo di approvazione. Mi capita spesso, nella mia esperienza clinica, di inciampare in riflessioni tanto comuni quanto scomode. Cosa significa condividere? Cosa vogliamo comunicare davvero? Ma soprattutto, perchè, a quale scopo? Purtroppo o per fortuna non possiamo rispondere con un tutorial. Mi lascerò perciò guidare dalla letteratura oltreoceano ...

Annientato dalla fatica com’ero, al cader della seconda sera, affrontai risolutamente lo sconosciuto e lo fissai negli occhi. Ma egli fece la vista di non accorgersene. E riprese, d’un subito, la sua solenne andatura, mentre io rimanevo immobile a riguardarlo, e a seguirlo non mi bastava più l’animo. «Questo vecchio», dissi allora a me stesso, «è il genio caratteristico del delitto più efferato. Egli non vuole rimanere solo. È l’uomo della folla. Sarebbe invano che lo continuassi a seguirlo, giacché non riuscirei a sapere di lui e delle sue azioni nulla più di quanto egli già non mi abbia fatto sapere” (L'uomo della folla – E.A.Poe, 1840).

In questo vecchio racconto il protagonista, seduto in un caffè di una delle vie più trafficate di Londra, osserva i numerosi passanti che transitano sul marciapiede. Mediante l'esame di particolari caratteristiche somatiche o comportamentali li descrive e li cataloga uno per uno, sa intuire molto di loro e, in particolare, riesce a dedurre i loro mestieri e la loro estrazione sociale. Fino a quando non scorge un uomo che desta il suo interesse in quanto non riesce a capirne la posizione, l'attività e l'indole. Sconvolto dall'aspetto sinistro di quest'uomo decide pertanto di seguirlo per catturare qualche informazione. I due vagano per tutta la città tornando svariate volte al punto dal quale sono partiti e pare che il vecchio abbia paura della solitudine; passano quasi ventiquattr'ore, ma il misterioso uomo sembra non accorgersi del suo inseguitore e senza voglia alcuna di tornare a casa: tutto quello che fa è cercare di stare sempre in mezzo alla folla.

Facebook, Instagram, TikTok, Twitter, Twich, WhatsApp e chi più ne ha più ne metta sono diventati ormai, come direbbe Newton, il nostro sistema inerziale, il nostro primo principio della dinamica, uno stato di quiete o di moto rettilineo uniforme che permane indefinitamente fin quando non agisce su di esso una forza o un vincolo capace di variare il suo stato, di solito nessuno, perché tutti immersi in un mare magnum...il virtuale, appunto!

Vari studi psicosociali hanno evidenziato l'incidenza di alcuni stati d'animo che maggiormente inducono un utilizzo smodato dei social media, tra di essi la noia e la solitudine. Per quanto concerne la noia si aprirebbe un capitolo a parte, degno di essere affrontato magari in altri articoli e con maggior premura. Riguardo la solitudine che sospinge le falangi sulla tastiera come soldati armati di picche e lance possiamo invece soffermarci cercandone il senso.

Ripercorrendo i passi di Platone, Hannah Arendt (storica e filosofa ebrea tedesca naturalizzata statunitense) osservò che «pensare, da un punto di vista esistenziale, è un’attività che si fa da soli, non in isolamento; la solitudine è quella circostanza in cui io stesso mi faccio compagnia». Se perdiamo la capacità di stare da soli e l’abilità di rimanere con noi stessi, allora non saremo più in grado di pensare. Rischiamo di venire trascinati dalla massa. Rischiamo di essere “spazzati via” da ciò che chiunque altro pensa e crede, non più capaci, una volta intrappolati nella gabbia della conformità, di distinguere quello che è giusto da quello che è sbagliato, o il bello dal brutto. La solitudine non è solo uno stato mentale essenziale allo sviluppo della consapevolezza individuale – e della coscienza – ma anche una pratica che prepara le persone a partecipare nella vita sociale e politica. Forse prima di essere capaci di tenere compagnia agli altri, dovremmo imparare a tenerla a noi stessi senza farci distrarre dalle urla della folla e dare spazio ad un ascolto più profondo, introspettivo. Questo non significa ovviamente che “ci bastiamo”, ma anzi pone l'accento sull'importanza dell'aspetto relazionale, quello reale però. La condivisione vera passa allora da uno scambio tra persone attraverso atteggiamenti, parole ed emozioni che valgono più di mille followers. Come direbbe Sullivan (psichiatra e psicoanalista fondatore della teoria interpersonale) “Allontanate un essere umano dalle fonti ambientali di ossigeno e di altre materie prime e la morte velocemente lo coglierà. Allontanate un essere umano dal contatto mentale con l'ambiente umano in cui si è sviluppato ed in cui funziona, ed egli non sarà più un essere umano in alcun senso significativo del termine.”

Nel ventunesimo secolo la libertà comunicativa (comunicare dal latino “communicare”, mettere in comune con gli altri) è data per scontata (purtroppo non sempre e non in tutti i Paesi), ma la sua ostentazione ci conduce nelle vite degli altri senza confini, sminuendo il dono della nostra “intimità” ed il suo significato.

Allora non chiediamo più a Google o Alexa cosa ci “Piace” davvero in Noi e nell'Altro. Piccole straordinarie qualità ci rendono unici e non devono per forza giocarsi la sopravvivenza contro i difetti, quei soliti noti.Forse abbiamo solo bisogno di comprendere meglio il valore di un pollice rivolgendolo non più verso l'alto o verso il basso, ma raccogliendolo sul palmo per stringerlo, quando potrà, in un “abbraccio”.

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Saba

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